Lunedì, 16 Dicembre 2019 10:56

Luigi Rosadoni. Una testimonianza

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Come anticipato, trasmettiamo la testimonianza fatta furante la presentazione di ‘Tristia’ da Sergio Scifo, uno degli allievi di don Luigi Rosadoni, all'epoca professore di Religione al Liceo "Michelangelo", a nome della Comunità della Resurrezione di Firenze. Seguono altre foto dell'evento dello scorso 7 dicembre.

 

Luigi Rosadoni. Una testimonianza

di Sergio Scifo, Comunità della Resurrezione, Firenze

Sabato 7 dicembre 2019, Sala Tamagni, CISRECO (San Gimignano)

 

Molti dei presenti, ed io con questi, sono qui (siamo qui) per un debito di riconoscenza, d’amore nei confronti di Luigi Rosadoni, che nel tempo dopo la sua morte si è andato addolcendo in un sentimento di tenerezza.

In molti ci siamo detti che la parte migliore di Luigi era quella che egli aveva espresso attraverso la parola parlata e nei rapporti con ciascuno di noi, con la comunità e con i tantissimi che lo avevano cercato. In questi rapporti egli donava rispetto, empatia e condivisione, calore affettuoso, sostegno senza risparmio mentre lui si spogliava di sé, si svuotava per fare posto agli altri dentro la sua anima. Possiamo, dobbiamo evocare questa sostanza di Luigi, ma le nostre parole non sono, non saranno mai le sue e, nel tempo, saranno sempre meno adeguate.

Un ricordo personale riguarda la nostra conoscenza, avvenuta nel liceo Michelangelo, lui professore, io studente del primo anno: nei corridoi capitava di incrociarsi e, pur non conoscendosi, il suo sguardo luminoso si rivolgeva a me con un sorriso che mi riconosceva come persona, in un tempo in cui era gerarchica e gelida la distanza che ci separava dai docenti. Mi sentii attratto a conoscerlo e, in seguito, ad avviare con lui e con altri una straordinaria esperienza…

Ho letto il saggio di Claudio Cencetti sulle poesie di Luigi giovanissimo e l’ho trovato di grande valore sia per la serietà e la competenza nell’analisi critica, sia per l’empatia con cui ne coglie la presenza di linee di fondo che si perpetuano nella opera successiva di Rosadoni. Sul piano linguistico e letterario sono ben evidenziati la precoce competenza nella metrica, insospettabile in un adolescente, e la voracità di assimilazione non scolastica di taluni grandi poeti italiani quali D’Annunzio, Pascoli, Ungaretti, Montale. Si tratta di una vera e propria sperimentazione espressiva e letteraria che darà i suoi frutti negli anni successivi in altri campi del suo lavoro: l’attività giornalistica, le traduzioni, i libri, e soprattutto nella traduzione dei Salmi dove la parola è pura e musicale.

Per quanto concerne i sentimenti, le emozioni, i pensieri ricorrenti nelle poesie, Claudio Cencetti ha saputo ricondurli ad un preciso orientamento di parte della cultura italiana del tempo, alta cultura sempre, lo spiritualismo, e sul piano più letterario l’ermetismo. In queste coordinate trovano forma le pulsioni vitali, fortissime, proprie dell’adolescenza e particolarmente intense in Luigi, che allora era alla ricerca di un senso per la sua vita; di un senso che fosse assoluto, totalizzante, di un progetto in cui incanalare e realizzare quelle pulsioni. ‘Epoca dolorosa’ la definisce Luigi, ‘di cui le poesie sono ricordi’, ma comunque un’epoca che prepara alla chiarificazione, al raggiungimento di una precisa vocazione. Certamente queste poesie rappresentano il paesaggio di un’anima, che è quella di un adolescente che ‘guata’ su di sé – solo su di sé vorrei sottolineare – dal momento che il mondo esterno resta sostanzialmente lontano se non del tutto estraneo. E il mondo esterno, è bene ricordarlo, era la seconda guerra mondiale in atto da anni, i suoi effetti dolorosi sull’Italia, la crisi del fascismo alla vigilia della sua caduta.

Felicemente nell’analisi delle poesie, Cencetti ha colto alcune linee destinate a proseguire e a svilupparsi nella vita successiva di Luigi caratterizzandola e, nello stesso tempo, coniugandosi con le scelte da lui in seguito effettuate. Queste costanti sono l’‘Inquietudine’ e l’‘Insazietà’. Ad esse aggiungerei il ‘Rigore’ nelle scelte e nella loro consequenzialità assoluta accompagnate da un continuo stato di tensione e di sofferenza alla ricerca sempre dell’adeguatezza. Caratterizzava Luigi una straordinaria vitalità, una energia tesa al limite del dispendio, che si esplicava in una vita dinamica, operosa, di lavoro intellettuale talora febbrile, di partecipazione a incontri, di ascolto delle tante persone che lo cercavano. Una vita che lo lasciava sfibrato, sofferente, svuotato di sé, secondo la kenosis di cui ci parla San Paolo.

Grande in Luigi era il bisogno di essere amato, amato con tenerezza, da sempre, sin dall’infanzia. Ma questo l’ho capito solo in seguito, dal momento che lui non chiedeva amore, lo dava a tutti e a ciascuno senza risparmio e senza mai nulla chiedere.

È indubbio che la fede in Luigi sia stata totalizzante e ispiratrice della sua vita e delle sue scelte, ma l’aspetto più importante, a mio avviso, consiste nel fatto che essa ha sempre posto riferimento alla consapevolezza teologica e biblica dei suoi fondamenti, in una ricerca che non si è mai arrestata nel tempo. In questo consiste la singolarità di Luigi nel panorama dei preti fiorentini e dell’esperienza ecclesiale italiana, con cui pure ha condiviso l’impegno per la pace, per la non violenza, l’ecumenismo ecc.

L’approdo teologico cui egli è giunto, volendo sintetizzarlo al massimo, si identifica nell’affermazione del sacerdozio universale dei credenti; nell’affermazione che l’unico vero sacramento è «dove due o tre sono riuniti in nome mio, là io sono in mezzo a loro» (Mt. 18,20). È altresì evidente il carattere radicale di queste posizioni, che mettono in discussione i cardini della Chiesa cattolica: la successione apostolica, il primato di Pietro ecc.

Questa parte del pensiero di Rosadoni è poco conosciuta anche perché gli scritti che appartengono agli ultimi anni sono da poco stati depositati presso il CISRECO e attendono, quindi, di essere catalogati e adeguatamente studiati. Forse, se questa ultima parte della ininterrotta ricerca di Luigi sarà portata alla luce e diffusa, allora potrà emergere un’immagine più completa e duratura della sua personalità e della sua opera.

Certo, i tempi sono per molti versi cambiati. Il radicalismo post sessantottesco si è rarefatto, così come va affermandosi una certa parte del Concilio Vaticano Secondo (penso all’autonomia politica dei cattolici, a una Chiesa povera al servizio dei poveri…). La Fede dei migliori, e sono tanti, è vissuta con coerenza di opere; ma la dimensione teologica, in particolare quella relativa ai fondamenti strutturali della Chiesa cattolica, appare sottovalutata se non addirittura ignorata. Non so fino a quando, ma certo ancora, si stanno scontando in Italia gli effetti della condanna del Modernismo.

 

La testimonianza di Sergio Scifo

 

 

Giovanni Brenzini (Comunità della Resurrezione) durante il suo intervento

 

Il pubblico

 

 

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