Lunedì, 02 Aprile 2012 12:34

Magoi a Torino

Scritto da  Gerardo

Da Ezio Albrile riceviamo un fine intervento, a carattere esegetico, che volentieri condividiamo con i nostri lettori.
"È grazie all’acribria del dr. Salvatore Amato, erudito funzionario della Biblioteca Nazionale di Torino che sono venuto a conoscenza di questa miniatura tratta da un Libro d’Ore. Si tratta di una Adorazione dei Magi con un singolare adattamento. In alto a destra il più giovane Mago, Gaspare, attorniato da minacciose lance di guerra, porge la mano a un personaggio indiademato, un dinaste, il Signore di questo mondo." (continua)



"Qui i Magi evangelici non portano corone, ricordando che il Vangelo di Matteo (2, 1-12) parla solo di «Magi» e non di «Re»: «Nato Gesù in Betlemme di Giudea al tempo del re Erode, dei Magi giunsero dall’Oriente a Gerusalemme dicendo: “Dov’è il neonato re dei Giudei? Abbiamo visto infatti la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo”». La figura del Re del mondo si rifà inoltre alla formulazione originaria, iranica, del credo dei Magi. Una figura cardine del mito iranico, Zurwan, il Tempo, è il padre di due gemelli, Ohrmazd e Ahriman. Poiché egli ha promesso di dare lo scettro del mondo al primogenito, ed essendo Ahriman venuto alla luce prima di suo fratello, Zurwan, fedele al suo impegno, fa di Ahriman una sorte di princeps huius mundi, ma nello stesso tempo stabilisce la durata del suo dominio, il «Tempo limitato» (in pahlavi Zurwan i kanaragomand).
Il Tempo, cioè Zurwan, è il principio che domina la formula di un rinnovato dualismo iranico, che vede contrapposti il dio luminoso Ohrmazd e il Signore di questo oscuro mondo Ahriman. La storia dei Re Magi e l’attesa di un Salvatore è però anche la storia dell’incontro fra il mondo greco e quello iranico. E il punto di unione è il Saoshyant, il Soccorritore, il Salvatore futuro. Una figura che lo zoroastrismo condivide con la religiosità dell’India antica: nell’induismo si parla infatti degli Avatara quali manifestazioni, incarnazioni cicliche del dio Visnu.
In questo contatto tra Occidente e Oriente è da cogliere il formarsi della leggenda di Alessandro quale sovrano universale. Plutarco lo descrive come signore del cosmo (De Alex. Fort. 2, 13: ton tes oikoumenes basilea kai kyrion), un inviato divino, mediatore e unificatore dell’universo, il Saoshyant iranico. Alla morte del Macedone i successori, i cosiddetti diadochi, faranno proprio quest’aspetto regale e salvifico nelle loro titolature. Primi fra essi i potentissimi Seleucidi. Antioco VII Evergete (138-129 a.C.) si ritiene inviato della «stella di Iside» (to astron to tes Isidos), cioè di Sothis = Sirio (a Canis Majoris). Antioco VIII Gryphius (125-95 a.C) è nominato come Epifanes, e si rivela quale «manifestazione» di Zeus Ouranios, lo Zeus che ordina e presiede al movimento degli astri, il signore del cielo, riflesso del Baal Shamim semitico. Più esplicita è la dinastia lagide che controlla l’Egitto: i Tolemei portano infatti la titolatura ufficiale di Soter; si ritengono Redentori, incarnazioni umane di dinasti celesti, Theoi Soteres «Dèi salvatori».
Nel Ponto, Mithridate I e suoi successori traggono il nome direttamente dal potente dio iranico Mithra. La nascita di Mithridate Eupatore è annuciata da una stella, che ne segna anche la grandezza e la natura divina e redentrice (theon kai sotera), messianica (cfr. Iun. Iust. 37, 2, 1-3; Plutar. Quaest. conviv. 1, 6, 2). L’attesa saoshyantica, dopo aver contaminato la Grecia e l’Oriente ellenizzato tracima nel mondo latino. È il noto tema della IV Egloga virgiliana, che parla dell’avvento di un puer, di un dio bambino, incontro fra iranismo e apocalittica latina. Virgilio ha in mente una divinità salvatrice, la stessa che un altro grande aedo imperiale, Orazio, invoca nelle fattezze di un Ottaviano Augustus (Odi I, 2): Roma è nel caos dopo la consumazione di un delitto nefando (Caesaris ultor al v. 44), un mondo fluido in cui prendono forma aspettative apocalittiche; si auspica l’avvento di un Salvatore che riporti nell’Urbe i fasti dell’età aurea. Questa attesa di un Salvatore giunge con i disordini e le calamità suscitate dall’assassinio di una figura carismatica, Giulio Cesare.
La fine di un tiranno collima con le aspettative di un rinnovamento, il ritorno di un mondo aureo che avrà le fattezze di un monarca (Augusto) mendacemente nato sotto gli auspici del Capricorno (Svet. Div. Aug. 94, 12), cioè al Solstizio d’inverno, nella ricorrenza del Sol invictus. Augusto è una Stella salvatrice giunta per la salvezza del mondo. L’unicità divina di Augusto passerà nei successori Tiberio («Signore della terra e del mare, salvatore del mondo»), Caligola («Nuovo Sole») e nel «divino» Claudio. Hieronymus Bosch (1453-1516) nel cosiddetto Trittico dell’Adorazione dei Magi o Trittico dell’Epifania, un dipinto a olio su tavola datato 1510 e conservato al Museo del Prado di Madrid, dilata lisergicamente quest’idea.
Accanto al gruppo dei Tre Magi, nascosto in una capanna precaria, sta apparentemente un quarto Re Mago, un Mago sacrilego, seminudo, avvolto in un manto rosso, indiademato con una tiara di sterpi metallici contorti. La gamba destra è stretta alla caviglia da un paio di ceppi metallici che proteggono un vetro da cui si intravede una piaga ripugnante e purulenta. Nelle mani stringe il diadema strappato a Baldassarre: è il quarto Mago colpito dalla lebbra e trasformato in Arconte, nascosto nella capanna-mondo in sfacelo. Il panorama mostra un tono di sinistra malvagità. Inoltre degli eserciti percorrono la scena in lontananza e le costruzioni sullo sfondo hanno un aspetto antropomorfo e inquietante, irreale. È incoronato con una tiara di rovi, empia replica della corona di spine del Salvatore, e nella mano sinistra regge il diadema rubato al Mago Baldassarre, espressione del potere spirituale. È l’Arconte, lo archon tou kosmou toutou, il «Principe di questo mondo» del Vangelo di Giovanni (12, 31)."

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